Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Ingeborg Bachmann (“Le cicale”)

“L’isola e i personaggi di cui ho narrato non esistono. Però esistono altre isole e molti uomini che cercano di vivere su isole. Io stesso ero uno di loro, e mi ricordo che un giorno, quando scesi sulla spiaggia, uno mi venne incontro e guardò dall’altra parte. Capii subito, poiché io stesso non volevo esser visto. Lui doveva farla finita con quella “storia” – credo che fosse una storia spiacevole e triste, che non mi avrebbe mai raccontato, così come io non gli avrei raccontato la mia. Sì, io credo che fosse davvero verso mezzogiorno quando stavamo per incrociarci. Allora accadde qualcosa che ce lo impedì. Da gole secche eruppe un clamore, una musica, potrei anche dire, un canto selvaggio, frenetico, che precipitava giù dalla collina, oltre il sentiero e verso il mare. Ci fermammo e ci guardammo atterriti.

Perché le cicale erano uomini, una volta.

Smettevano di mangiare, di bere e di amare, per poter cantare senza sosta. Rifugiandosi nel canto, divennero più aride e più piccole, e adesso cantano, perse dietro la loro nostalgia – stregate, ma anche dannate, perché le loro voci sono diventate disumane.”

(Ingeborg Bachmann, “Le cicale”)

Il volume edito da Adelphi che ho tra le mani contiene, oltre a “Le cicale”, da cui ho tratto la citazione, anche altri due radiodrammi scritti da Ingeborg Bachmann, cioè “Il buon Dio di Manhattan” e “Un negozio di sogni”.

“Le cicale”, come si può intuire dal brano che ho riportato, è una riflessione sull’isolamento. La Bachmann immagina un’isola dove si rifugiano una serie di personaggi eterogenei tra loro, ciascuno in fuga dal mondo o piuttosto da se stesso. Il tema di fondo non è consolatorio, ma la lettura è piacevole, non mancano battute e situazioni che strappano un sorriso, sia pure amaro.
“Un negozio di sogni”, il più breve tra i tre testi, ci mette di fronte alla consapevolezza che tutti i sogni hanno un prezzo, non in danaro, bensì in tempo. Un impiegato preda della sua noiosa vita di ufficio si trova, per caso, dinanzi a uno strano negozio, che per l’appunto vende sogni. Entra e comincia a sperimentare diverse tipologie di sogni.
“Il buon Dio di Manhattan” è invece una riflessione sull’amore, o forse sull’attrazione e le sue conseguenze. Non aggiungo altro, limitandomi a consigliarvelo senza dubbio alcuno.

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Un pensiero su “Ingeborg Bachmann (“Le cicale”)

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