Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il bambino che non voleva salire sull’altalena (titolo alternativo: “L’amore ai tempi delle giostre rosse”)

Guardava gli altri bambini e si chiedeva come facessero a divertirsi su quelle altalene, sospinti avanti e indietro dalla mamma o dalla baby-sitter. A lui quel gioco non era mai piaciuto. L’aveva provato più volte, specie quando era più piccolo, ma non c’era stato niente da fare, quel gioco gli sembrava noioso. Avanti e indietro, avanti e indietro, sempre uguale, ripetitivo, salvo quando una spinta più forte aumentava il raggio dell’oscillazione, quasi a suggerire la possibilità di una svolta, fosse anche una caduta rovinosa.

(Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni cosa incredibilmente piccola e grande della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – , e così pure questo ragno e questo lume di luna tra gli alberi e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta – e tu con essa, granello di polvere!” – Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato?)*

Forse, però, era lui un bambino noioso, agli altri doveva apparire così. Lì, in disparte, col viso corrucciato, a osservarli. Ma che voleva da loro? Gli avevano proposto di fare un girotondo, ma lui niente, nemmeno quello! Davvero un tipo tetro.

Il bambino all’epoca non poteva sapere perché le altalene non gli piacevano, non gli piacevano e basta. Più in generale, il suo problema erano le curve. Sì, perché l’altalena per aria disegnava una sorta di mezzaluna, il girotondo poi, li diceva la parola stessa, era un tondo quasi perfetto, una piccola comunità di piccoli esseri che, mano nella mano, facevano comunella lasciando alle loro spalle tutto il resto del mondo, quei cattivoni degli adulti. Però lui si annoiava anche lì, nel girotondo. Non sopportava neanche le curve delle strade. Ricordava bene gli effetti di quella trasferta in auto per la prima comunione del suo cuginetto coetaneo. Per non parlare poi di quelle giostre illuminate che giungevano al paese in occasione delle feste patronali: le catene volanti, i tappeti volanti, le astronavi volanti, le navi pirata volanti, le macchine “a tuzzo”, o come cavolo si chiamavano. Oggetti strani che giravano e giravano e giravano e giravano, ma poi tornavano sempre al turno di partenza, e se volevi salire dovevi rifare il biglietto, perché così c’era scritto sul cartello. Ma perché salire e soprattutto risalire su una giostra che avrebbe fatto sempre e soltanto lo stesso giro?

(“Sia moralmente che fisicamente ho sempre avuto la sensazione dell’abisso: non solo della voragine del sonno, ma della voragine dell’azione, del sogno, del ricordo, del desiderio, del rimpianto, del rimorso, del Bello, del numero…) **

Un giorno, però, si lasciò convincere da alcuni bambini conosciuti al parco. Gli proposero di farsi un giretto su una piccola giostra circolare. Il meccanismo era semplice, ci si sedeva tutti in tondo e si alimentava il movimento della giostra con la forza delle mani. Più si era, più ci sarebbe stata velocità. L’unione avrebbe fatto la forza, così gli dicevano. In più, ci si sarebbe divertiti. Lui annuiva, ma la verità è che era salito su quella giostra per due motivi. Prima di tutti, perché era rossa fiammeggiante, e chissà perché a lui il rosso piaceva tanto come colore. Poi, perché quel giorno aveva visto una bambina tanto carina, e lui, che poi così burbero non era, e che in fondo aveva un cuore tenero e facilmente suscettibile, si era innamorato. Allora, senza dire niente a lei e agli altri, salì sulla giostra. All’inizio sentiva di divertirsi, perché la velocità gli permetteva di guardare lei, quella bambina che gli sembrava un angelo. (“Un intero attimo di beatitudine! Ed è forse poco, sia pure in un’intera vita umana?”). ***

Gli altri bambini ridevano, lui cercava solo di seguire gli occhi di lei. Ben presto, però, la velocità divenne eccessiva e la testa cominciò a girargli. Ormai lei non era più distinguibile dagli altri, si sentivano solo risate, schiamazzi, bimbi entusiasti di quella velocità. Avrebbe voluto scendere ma non poteva, ormai era a bordo, e solo quando tutti si fossero stancati avrebbe potuto rimettere piede a terra. Si sentì male, come quella volta in macchina, anzi questa volta fu tutto più brutto, perché quella giostra gli era parsa più bella delle altre, perché c’era salita anche lei.

(Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immane, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: “Tu sei un dio, e mai intesi cosa più divina!” Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda che ti porresti ogni volta e in ogni caso: “Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?” graverebbe sul tuo agire come il peso più grande. Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita per non desiderare più alcun’altra cosa che quest’ultima eterna sanzione, questo suggello?”) *

Quando tutto finì, lei non c’era più, o forse era accanto a lui ma lui non riusciva più a vederla a causa del forte mal di testa. La mamma gli si avvicinò e gli disse che era ora di tornare a casa, e che al parco sarebbero tornati il giorno seguente, così che avrebbe potuto incontrare di nuovo tutti gli amichetti conosciuti sulla giostra rossa, compresa lei, la bambina che gli era subito piaciuta. Lui si teneva la testa, si addormentò e sognò una giostra costruita solo per lui e per lei, che non facesse sempre gli stessi movimenti, che andasse più lenta di tutte le altre giostre, meno colorata, ma che gli permettesse di parlare con lei.

(“Immortale e solo chi accetta l’istante, chi non conosce più un domani”) ****

Il giorno dopo la mamma lo riportò al parco. La giostra rossa era ancora lì, fiammeggiante e attraente. C’erano anche alcuni dei bambini del giorno prima, ma lei non c’era, gli dissero che aveva un amichetto in un altro parco, e che su quella giostra rossa era capitata solo per caso, perché si annoiava e aveva voluto provare qualcosa di diverso dal solito.

Il bambino restò deluso, fece spallucce e sulle prime parve incupirsi ancora di più. Dopo qualche tempo, all’incirca tre decenni, migliorò il suo rapporto con le giostre e con le altalene, sviluppando persino delle strane teorie, che però non ci è dato di conoscere.

(“Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”). *****

 

Le frasi in corsivo sono di:

* Friedrich Nietzsche “La gaia scienza, af. 341”
** Charles Baudelaire “Igiene”
***  Fëdor Dostoevskij, “Le notti bianche”
**** Cesare Pavese (non ricordo il testo, al momento)
*****  Albert Camus, “Il mito di Sisifo”

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