Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

A te che (non) avresti letto il mio blog (forse) sorridendo.

“A te che ascolti il mio disco forse sorridendo, giuro che la stessa rabbia sto vivendo”
(Rino Gaetano, “Ti ti ti”).

(Rino Gaetano nacque il 29 ottobre 1950 e morì il 2 giugno 1981.
Il 22 marzo 2006 andai a trovarlo al cimitero del Verano, scrivendo delle impressioni, poi rielaborate. Le parole della canzone riportate sopra le ricordo in maniera particolare, perché le scrissi come dedica sul dorso di un cd (contenente le canzoni di Rino) che un mio amico, purtroppo morto nel 2008, mi aveva chiesto di fargli.

Rino e il mio amico non potranno mai leggere quest’articolo, che è per loro, su di loro, grazie a loro.)

22 marzo 2006, ore 11

Lasciai mia sorella all’ingresso dell’Università. Mi disse che dovevo proseguire dritto e poi svoltare a sinistra. Con lo zaino del liceo sulle spalle, finita Via Regina Elena, incrociai la Tiburtina, che all’epoca non conoscevo quanto adesso. Scorsi un gruppo di persone assorte davanti a un cancello, forse al seguito di un funerale, e capii d’essere quasi arrivato.

– Scusi, l’ingresso del cimitero del Verano? – chiesi a un passante.

M’indicò un cancello, verso il quale mi diressi. Controllai il cartello con gli orari d’apertura e chiusura: “Mercoledì 7:00-18:00”. Erano le 11:10 del mattino, avevo molto tempo per la mia ricerca; temevo solo che piovesse, sebbene munito di ombrello. Varcai la soglia d’ingresso. Due signore in camice bianco sembravano essere lì per pulizie. Estrassi dalla tasca del pantalone il foglietto preparato a casa. Giungere al “Riquadro 119, cappella V” sembrava facile: un tratto rettilineo e poi girare. Dopo alcune decine di metri, però, mi resi conto che avevo sottovalutato le dimensioni del Verano. Stavo attento a eventuali indicazioni, essendomi accorto che non avrei potuto chiedere più alle due signore, nel frattempo scomparse dal mio orizzonte visivo, né ad altri. Il cielo si oscurava sempre di più ed ero il solo vivente in quella desolazione irreale. Non avevo alcuna paura, non dei morti almeno.

A distanze più o meno regolari l’una dall’altra, ai lati delle tombe, erano poste delle pietre, con sopra incisi dei numeri progressivi. Giunto al “97”, pensai di essere vicino al “119”. Mentre scrutavo in cerca di quel numero, le singole tombe m’indussero a riflettere su quelle esistenze spente, a immaginare che tipo di morte li avesse colti. La straniante sensazione data dalla vista di tutti quei volti in fotografia e quelle date anagrafiche e il silenzio di quel luogo solitario recisero ogni legame tra la mia mente e la quotidianità. Scacciai l’istintivo pensiero della morte come unica forma di democrazia che rende tutti uguali; non mi era mai piaciuta molto quella semplificazione. Lì davanti a me sembravano tutti uguali, certo, ma non lo erano: il ladro, l’assassino, l’ingenuo, il derubato, la vergine, la puttana. Tutti livellati, ma tutti diversi. Notavo anche lo sfarzo di alcune tombe contrapposto all’abbandono di altre.

Poi vidi il numero “119”, ma non il suo nome. Sospettai di aver sbagliato qualcosa negli appunti. Perplesso, indeciso su cosa fare, vagai a vuoto, finché arrivò un camioncino con a bordo due operai. A un mio cenno si fermarono.

– Scusate, sto cercando il riquadro 119, cappella V, è qui? – chiesi.

– No, no qui! – mi rispose il guidatore. Dall’accento compresi che non parlavano italiano. Cercavano di spiegarmi qualcosa a gesti, ma non compresi granché. Sembrava volessero dirmi che la numerazione alla quale mi attenevo io non era la stessa che catalogava i riquadri, ma non ne ero sicuro. Chiesi dove si trovava il reale riquadro “119” e con eloquenti cenni delle mani mi fecero capire che era lontano da lì. Li ringraziai, li lasciai tornare al loro lavoro e scoraggiato tornai alle mie ricerche.

Quei due operai erano l’unico contatto col mondo esterno, una volta andati via devo solo sperare di incontrare altre persone oppure ricordare a memoria la strada del ritorno. Nonostante le titubanze, proseguii. Non sapevo dove andare, ma camminavo; salite alcune scale mi trovai su un piano sopraelevato rispetto a dov’ero prima. Continuavo a guardare le tombe, a destra e sinistra, nella speranza di un colpo di fortuna, al quale mi appellavo come unica possibilità di orientarmi in quel dedalo. Al termine di un rettilineo, mi trovai su una sorta di corridoio di comunicazione, ulteriormente sopraelevato. Lì non c’erano tombe, ma mi fu possibile accorgermi della grandezza del cimitero monumentale del Verano. Ne avevo davvero sottovalutate le dimensioni. Non sapevo più cosa fare: da quel luogo potevo discendere e vagare a caso, con il rischio reale di perdermi, o tornare indietro. Erano passati più di trenta minuti e il cielo non accennava a rasserenarsi.

A quel punto fu il caso, non saprei come altro definirlo, a trarmi dall’impaccio. Vidi un ragazzo con la maglia rossa che trasportava un tubo di ferro sulle spalle.

– Scusa, sto cercando il riquadro 119, cappella V, – gli chiesi quando s’accostò a me.

– La tomba di Rino Gaetano – aggiunsi.

– Hai sbagliato strada, sei lontano! – sorrise.

– L’avevo sospettato. Ma è tanto lontano?

– Sì, dai, vieni che ti ci porto io, tanto dobbiamo passare lì vicino.

Scese delle scalette, ci trovammo di fronte ad un altro camioncino, che trasportava attrezzi da operai e un altro ragazzo.

– Mettiti dietro, sta cercando Rino Gaetano, lo portiamo noi, – disse al collega il ragazzo con la maglia rossa.

Ero contento per aver trovato quell’aiuto insperato e necessario, eppure mi sentivo d’intralcio al loro lavoro. Subito però mi accorsi che quella mia richiesta rappresentava, in qualche modo, un gradito diversivo anche per loro.

– E così cerchi Rino Gaetano? – chiese il ragazzo che si era seduto dietro.

– Sì.

– Eh eh, il cielo è sempre più blu, – sorrise anche lui.

– Anche se oggi non è tanto blu, – risposi indicando le nubi minacciose.

Mi sentivo come in un film dove tutto è già scritto, quindi finanche banale, ma siccome era il mio film non mi appariva così scontato. Mi fecero notare che a piedi non sarei mai arrivato, che avevo scelto l’entrata sbagliata del Verano e camminando mi ero allontanato sempre più dalla tomba di Rino, facilmente raggiungibile qualora avessi scelto l’altro ingresso. Mi confermarono che, a quel punto, a piedi avrei impiegato chissà quanto, e probabilmente mi sarei perso.

– Vedi quella macchina blu laggiù? Lì c’è il riquadro 119, lo troverai facilmente, poi da lì trovi la cappella V, – mi disse il mio casuale benefattore, una volta giunti a un incrocio. Dovevano proseguire per un’altra zona. Avrei voluto baciarli sulla fronte per l’aiuto, mi limitai a ringraziandoli calorosamente. Iniziai a percorrere quella sorta di vialone, sulla mia destra cerano delle grandi costruzioni tutte simili, capii che erano le cappelle che costituiscono i riquadri.

In quella zona del cimitero c’erano delle persone. Notai una coppia di vecchietti, marito e moglie, poi una signora, alla quale domandai dove fosse l’uscita.

– Lì, alla fine di questo viale, è facile.

Poi, alla mia destra scorsi una pietra a terra: “119″. Avanzai lentamente e su un muro lessi anche un grosso “V” romano, e compresi d’essere vicino al luogo dov’è sepolto Rino. Su una colonna vidi una scritta, “RINO”, vergata con un pennarello, e seguita da una freccia verso destra. Fu un’emozione intensa. Mi chiedevo chi, e quando, potesse aver scritto quella parola, avvertivo la netta sensazione di non essere solo, una surreale e dolce malinconia nel sentire che altri, come me, erano accorsi lì a trovare Rino. Seguii la freccia, immettendomi in una stanza piena di lapidi a muro.

Sulle prime pensai d’aver nuovamente sbagliato perché, cercando tra le lapidi a muro, non riuscivo a trovarlo. Non sapevo nemmeno se cercare “Rino Gaetano” oppure “Salvatore Antonio Gaetano”, il suo vero nome. Poi, d’un tratto, l’emozione fu enorme. Intento a cercare sui muri, non mi ero accorto che nella stanza, sin dall’ingresso, c’era una lunga schiera di fiori. Capii immediatamente che erano per lui.

Come un lampo, ricordai il sogno che avevo fatto un mese prima, al quale mi ero ripromesso di dare seguito nella realtà, rimandando sempre per pigrizia, per mancanza di occasioni, magari per la vergogna di chiedere a qualcuno di accompagnarmi. E ora ero lì, non più adolescente per la mia carta d’identità, vicino alla tomba di un cantante. Avanzai lento accanto alla fila di fiori, alla fine della quale scorsi un tavolino. Rino era lì, che mi guardava dalla foto in bianco e nero, col suo gilet e col suo cilindro in testa, con la sua inconfondibile aria. A distanza di tempo le descrizioni di quel giorno mi appaiono un po’ retoriche, certo esagerai la portata di quella visita, collegandovi significati ulteriore. O forse no, in fondo davvero fu una tappa importante per me. Era strano come io, non credente, dunque poco incline a pensare che ci possa essere una sopravvivenza ultraterrena, avessi la netta e forte sensazione di essere guardato da Rino. Più semplicemente, ero guardavo dentro me stesso. Avevo gli occhi lucidi.

Sul tavolo, oltre alla foto, c’erano delle cartoline, dei piccoli gadget lasciati dagli ammiratori, una penna rossa e un quaderno aperto, sul quale i fans di Rino avevano scritto i loro pensieri. Alcuni avevano scritto frasi brevi, un “ciao Rino”, altri pezzi di canzoni, qualcuno pensieri più articolati. Cominciai a leggerli tutti, non per curiosità, piuttosto per condividere anche con loro, passati prima di me, quel momento. Mi colpì in particolare una pagina. Una ragazza aveva scritto, più o meno: “Rino, sto piangendo… in fondo il cimitero è l’unico posto dove oggi è consentito piangere” e cose simili. Avrei voluto vedere il volto di quella ragazza che solo pochi giorni prima di me era passata di lì, che avrei potuto incontrare mezz’ora dopo per strada senza che l’uno sapesse niente dell’altro. Pensai a come l’esistenza spesso sia una questione di coincidenza, poi fermai quel flusso di pensieri che stavano partendo per chissà dove. Quel giorno ero lì per Rino.

Presi la penna e scrissi d’istinto: “Rino, ti avevo promesso che sarei venuto ed eccomi qua, scusa il ritardo. Io ascolto i tuoi dischi sorridendo e provo la tua stessa rabbia… a molti potrò sembrare pazzo a essere qui oggi, ma se mai qualcuno capirà sarà senz’altro un altro come me”, una sorta di collage di sue canzoni. Aggiunsi il mio nome. Oggi credo non scrivere alcunché, ma allora lo feci, non ha senso chiedermi ora il perché.

Fui destato dal rumore di alcuni passi, erano due signore.

– Devono aver messo questi fiori per qualcuno, – mi chiese una delle due, incuriosita dalla lunga scia di fiori.

– Sì, per Rino Gaetano, il cantante, – le risposi, sperando che lo conoscesse.

– Ah, Mino Rei… – fece lei, con una piccola e dolce gaffe.

Capii che stava per attribuire un trapasso precoce a qualcun altro (poi morto anch’egli) e la corressi sorridendo: – Rino Gaetano, signora.

– Ah, sì, Rino Gaetano, mio figlio ne andava pazzo; ma è morto tanti anni fa, lei non doveva neanche essere nato.

Colsi della profonda malinconia in quelle parole. Avevo capito che la signora era lì per suo figlio.

– Quindi ti piaceva Rino? – chiese.

– Ero piccolo quando è morto, avevo tre anni… ma ora lo adoro! – le dissi.

La sua amica, più giovane, stava leggendo i pensieri sul quaderno, con molta probabilità anche il mio. Restai qualche altro minuto lì, salutai le signore e poi decisi che era tempo di andare. Lanciai un ultimo sguardo all’altare di Rino e uscii, immettendomi nel vialone che mi avrebbe portato, stavolta velocemente, all’uscita del cimitero.

Mi sentivo pervaso da sensazioni contrastanti. Non ero felice, dopo tutto ero stato in un luogo di morte e avevo appena visitato la tomba di un ragazzo, Rino, morto a soli trentuno anni. Eppure, ecco, mentre camminavo mi sentivo almeno sereno, perché, una volta tanto, avevo seguito qualcosa, qualcuno, che mi toccava dentro, per quanto potesse apparire assurdo anche a me stesso. Riflettevo su quale forza misteriosa mi avesse portato lì, ripensando al sogno del mese precedente. Esclusi, peraltro senza certezze, di essere sul punto d’impazzire, e mi dissi che anche quell’opzione, qualora si fosse verificata, non mi avrebbe reso peggiore dei tanti presunti saggi che guidano il mondo.

Negli anni precedenti mi ero costruito una gabbia nella quale spesso mi ero sentito avvilito, sconfitto, deluso dalla percezione dell’impossibilità di condividere i propri pensieri più veri, intimi con chicchessia. Esageravo a causa di mie carenze caratteriali, con il tempo l’ho compreso. Quel giorno, la lettura delle parole di quella ragazza, che non avrei mai conosciuto, che pure sentivo così vicina a me, e il fatto di sentirmi “vivo tra i morti”, quando spesso nella mia esistenza avevo pensato, a torto e con ingenuità, di essere un “morto tra i vivi”, ridestarono in me qualcosa, che già esisteva, ma che solo negli anni successivi, con un processo graduale di consapevolezza, mi avrebbe portato a essere più aperto, secondi alcuni visionari addirittura “solare”.

Non nego che rileggere ora le parole di quel giorno mi fa persino sorridere, se penso a com’ero, a quel miscuglio di timidezza, auto-referenzialità e insicurezza che mi rendeva talvolta aspro nei rapporti con gli altri. Nei rapporti non accadono miracoli, in tal senso, ma certo si cresce, e oggi che sono cambiato ripenso a quel pomeriggio come a una delle tante tappe di crescita, che unitamente a frequentazioni di amici, conoscenti, mi ha portato, se proprio vogliamo trovare un aggancio all’attualità di questo blog, a uscire dal perenne sottosuolo per espormi di più al sole, o per lo meno all’Altro da me.

Certo, conosco tuttora le maschere, quelle che indosso e quelle che indossano gli altri. Il disincanto, il cinismo, la cattiveria le sento, in me e negli altri. Sarebbe ridicolo negarlo. Ho imparato, però, a gestire meglio il tutto, a cercare la bellezza nella gente, anche se è dura, così com’è dura non ferire le persone.

Percorrendo il viale che mi conduceva all’uscita, pensavo che dopo poco sarei diventato uno dei tanti in mezzo al traffico della Tiburtina, ma in quel preciso istante avrei voluto fermare il tempo, vivere di quell’aria, di quell’attimo che mi aveva malinconicamente invaso quando avevo visto il tavolino con la foto di Rino. Tuttora non sono credente, per me “anima” è un concetto difficile da sviluppare. Penso piuttosto alle azioni, ai pensieri, alle parole che i morti hanno lasciato in noi. Penso alla lacrima che mi cadeva guardando quella foto di Rino, penso alla frase che scrissi sul cd che regalai al mio amico quella sera in auto.

Traversai il cancello d’uscita, girandomi un’ultima a guardare il viale che avevo appena percorso. Dopo alcuni passi, estrassi il lettore mp3 dallo zaino, infilai gli auricolari, per sentire Rino che mi cantava, ad onta di quel cielo grigio, che “il cielo è sempre più blu…”. M’incamminai verso la stazione Termini, chiedendomi a chi avrei potuto raccontare in futuro quella giornata. Compresi l’assurdità di un tale dubbio: l’avrei raccontato a chi sentivo di volerlo raccontare, o magari al mondo intero.

Erano le 12:00, a Roma, nel piazzale del Verano. Mi promisi di tornare a trovare Rino. La prossima volta non si sarebbe più potuto nascondere.

Non sono più tornato a trovare Rino. Lo farò. Prima però devo passare dal mio amico. Da quando è morto non ho avuto il coraggio di andare a trovarlo. La ragione non è semplice da spiegare e non ha senso farlo in un racconto. Preferisco, ora, ricordarlo mentre ascolta quel cd che gli regalai.

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4 pensieri su “A te che (non) avresti letto il mio blog (forse) sorridendo.

  1. Triquetra in ha detto:

    un racconto molto bello e commovente…
    piacerebbe anche a me andare a trovare rino, la prossima volta che salgo su a roma 🙂

  2. Pingback: “L’uomo solo” (ovvero, io e Luigi Pirandello a spasso per il Verano) « Tra sottosuolo e sole

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