Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Spleen, parte II (Sartre, Camus, Benjamin e Adorno su Baudelaire)

Come anticipato in conclusione del precedente articolo, oggi lascio spazio a opinioni ben più illustri della mia sull’argomento “Baudelaire”. È evidente che nel presentarvi le interpretazioni che danno i quattro autori da me prescelti non c’è alcuna pretesa di esaustività, innanzitutto perché nessuno ha la Verità in tasca, e poi perché, per quanto ‘grande’ possa essere un interprete, mai potrà ‘scavare’ a fondo nell’animo di un altro uomo. Premesse queste banalità, vi suggerisco comunque, qualora vogliate approfondire la conoscenza di Baudelaire, di leggervi i libri dai quali ho tratto le citazioni. Non sto qui a specificare ‘quale’ aspetto di Baudelaire ciascuno dei quattro autori ha prevalentemente analizzato, questo spetta alla vostra eventuale curiosità. Come sempre quando si estrae un brano da un testo più corposo, è bene rimandare alla completa lettura del testo stesso, per meglio comprendere di ‘cosa’ sta parlando l’autore in quel passaggio e contestualizzare le parole, che altrimenti potrebbero essere fraintese (per esempio, Camus si occupa di Baudelaire ‘solo’ nella sua analisi sui vari tipi di ‘rivolta’, per poche pagine, mentre Sartre dedica un intero saggio al poeta). Le citazioni, insomma, vogliono essere un invito alla lettura dei testi completi, non un assurdo tentativo di condensare gli stessi in poche parole.

Premesso tutto ciò, la parola a chi ne sa più di me.

“L’atteggiamento costituzionale di Baudelaire è quello d’un uomo curvo. Curvo su se stesso, come Narciso. Non v’è in lui coscienza immediata che uno sguardo acuto non la trapassi. A noialtri basta vedere l’albero o la casa; tutti assorti nel contemplarli, dimentichiamo noi stessi. Baudelaire è l’uomo che non si dimentica mai. Si guarda vedere; guarda per vedersi guardare; quel che lui contempla è la sua coscienza dell’albero o della casa, e le cose non gli appaiono se non attraverso di essa, più pallide, più piccole, meno commoventi, come se la scorgesse attraverso un binocolo. Non si additano a vicenda, come la freccia indica la strada, come il segnalibro indica la pagina, e la mente di Baudelaire non si perde mai nel loro dedalo. Al contrario, la loro missione immediata è di rimandare la coscienza al suo io. ‘Che cosa importa’, scrive, ‘ciò che può essere la realtà posta fuori di me, se essa mi ha aiutato a vivere, a sentire che sono e quel che sono?’.”

(Jean Paul Sartre, “Baudelaire”, ed. Oscar Mondadori, pag. 13)

“…Baudelaire ha minor rigore, ma è un uomo di genio. Creerà il giardino del male in cui il delitto costituirà soltanto una specie più rare di altre…Perfino il conformismo, in Baudelaire, sa di delitto. Se si è scelto De Maistre a maestro di raziocinio, è in quanto questo conservatore va fino in fondo e impernia la sua dottrina sulla morte e sul carnefice. ‘Il vero santo’, finge di pensare Baudelaire, ‘è colui che frusta e uccide il popolo per il bene del popolo’. Sarà esaudito. La razza dei veri santi comincia a diffondersi sulla terra per consacrare queste curiose conclusioni della rivolta. Ma Baudelaire, nonostante il suo arsenale satanico, la sua predilezione per Sade, le sue bestemmie, restava troppo teologo per essere un vero ribelle. Il suo vero dramma, che l’ha reso il più grande poeta del suo tempo, era altrove”

(Albert Camus, “L’uomo in rivolta”, capitolo “La rivolta metafisica”, ed. Bompiani, pag. 63)

“Il passo ci permette una duplice constatazione. Esso ci informa innanzitutto dell’intimo rapporto esistente in Baudelaire tra l’immagine dello choc e il contatto con le grandi masse cittadine. Esso ci dice inoltre che cosa dobbiamo intendere propriamente per queste masse. Non è questione di nessuna classe, di nessun collettivo articolato e strutturato. Si tratta solo della folla amorfa dei passanti, del pubblico delle vie. Questa folla, di cui Baudelaire non si dimentica mai l’esistenza, non funse da modello a nessuna delle sue opere. Ma essa è inscritta nella sua creazione come figura segreta, come è anche la figura segreta del frammento citato sopra.”

(Walter Benjamin, “Di alcuni motivi in Baudelaire”, in “Angelus novus”, ed. Einaudi, pag. 99)

“Il libro di Laforgue rinfaccia seriamente a Baudelaire di avere sofferto di un complesso materno. Neanche all’orizzonte sorge la domanda se egli avrebbe potuto scrivere le Fleurs du mal nel caso in cui fosse stato psichicamente sano, e tanto meno se le poesie siano diventate più brutte per la nevrosi…”

“Ciò definisce l’ingresso qualitativo nella modernità…sfuggirgli è il momento illusorio presente nell’arte che essa, sin da Baudelaire, cerca di scrollarsi di dosso, senza però rassegnarsi a diventare cosa tra cose. Gli araldi della modernità, Baudelaire, Poe, sono stati da artisti i primi tecnocrati dell’arte.”

(Theodor W. Adorno, “Teoria estetica”, ed. Piccola Biblioteca Einaudi, pag. 13 e pag. 179)

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