Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La Letteratura va in “Panchina”

Le panchine ritratte nella foto appartengono alla villetta comunale del mio paese (Itri). Ho scelto questa immagine come foto – copertina di questo blog perché a quel luogo sono particolarmente affezionato, nel male ma soprattutto nel bene. Dopo tutto, è la mia “piccola Pietroburgo”.

La “panchina” può essere il luogo dove si attende che qualcosa accada o che qualcuno passi, magari a salvarci, a tirarci fuori da una situazione, oppure il contrario, a chiedere il nostro intervento. Si può stare seduti su una panchina perché qualcuno ha deciso che non siamo ancora pronti per partecipare al “gioco” o che c’è qualcuno che sa giocare meglio di noi. Si può essere relegati da scelte altrui a stare fermi, a osservare, e questo stato di fatto può durare anche anni, perché il panchinaro, che inizialmente capisce di dover apprendere le regole del “gioco”, non si lamenta, osserva e apprende, per farsi trovare pronto al momento del bisogno. Ma se questo momento non arriva mai, può accadere, a volte, che uno si renda conto di non essere inferiore a chi sta giocando, ma semplicemente “diverso”, e allora capisce che ha sbagliato squadra, luogo, o addirittura ha scelto un “gioco” con regole che non sono adatte a lui, e a quel punto sta a lui scegliere di alzarsi e andare altrove, forse anche ad inventare “giochi” diversi. C’è chi lo fa e chi resta a sperare che le regole di “quel” gioco particolare cambino. C’è chi “può” permettersi la “scelta” e chi invece è costretto, da circostanze varie, a restare su quella panchina.

La “panchina” può essere un luogo di osservazione delle vite altrui. Mettersi lì, con invidia e auto-commiserazione, a guardare gli altri che apparentemente si divertono oppure a criticarne gli atteggiamenti, a guisa d’inaciditi rancorosi ormai adatti solo a criticare un neo fuori posto o a bacchettare la minigonna troppo audace. Oppure può essere un posto dove riposarsi dal lavoro, dove fermarsi a meditare, a godersi una giornata di tranquillità. La panchina può essere altresì teatro di una nascente relazione sentimentale, o di un amore già nato, o anche di una solitudine irreparabile.

Insomma, potremmo andare avanti e cercare significati diversi, più o meno simbolici, ma è bene fermarsi, lasciare ciascuno alla propria immaginazione e cedere la parola a quattro panchinari eccellenti, che hanno interpretato la parola “panchina” ciascuno a modo suo.

“Che sia bello o brutto tempo, ogni sera verso le cinque, è mia abitudine andarmene a passeggio al Palais Royal. Sono io quel tipo sempre solo, seduto a fantasticare sulla panchina del viale d’Argenson. M’intrattengo con me stesso a ragionare di politica, d’arte, d’amore o di filosofia. Abbandono il mio spirito ad ogni suo libertinaggio. Lo lascio completamente libero di seguire la prima idea saggia o folle che si presenti, proprio come i nostri giovani dissoluti che vediamo dietro alle cortigiane per il viale di Foy: ora ne seguono una dall’aria svagata, viso ridente, occhio vivace, il naso all’insù, poi la lasciano per seguirne un’altra, abbordandole tutte senza impegnarsi con nessuna. I miei pensieri sono le mie puttane”.

(Denis Diderot, “Il nipote di Rameau”)

“Dovette cambiare più volte panchina perché la gente non faceva che interessarsi di lui. Dipendeva dall’ex – gobba o dal fatto che studiava ad alta voce? Dato che la gobba era ormai in procinto di esalare l’ultimo respiro decise per la seconda ipotesi. Se qualcuno s’avvicinava alla panchina, lui, da lontano, gridava: “Non mi disturbi, la supplico! Domani mi bocciano, e a lei cosa ne viene? Sia buono!”. Nessuno poteva resistere. Le sue panchine si riempivano, le altre restavano vuote”.

(Elias Canetti, “Auto da fé”)

“Ci sono, Nasten’ka, se non lo sapete, ci sono a Pietroburgo degli angoletti piuttosto strani. In quei posti è come se non facesse capolino lo stesso sole che brilla per tutti i pietroburghesi, ma ne facesse capolino un altro, come fosse stato richiesto apposta per gli quegli angoli, e brilla su tutto come con un’altra luce. particolare………..mi vestii e uscii, nonostante il tempo piovoso. Ero lì, seduto sulla nostra panchina. Volevo andare nel loro vicolo, ma ne ebbi vergogna, e tornai indietro senza guardare le loro finestre, senza fare nemmeno i due passi che c’erano fino alla loro casa. Arrivai a casa talmente angosciato come non lo ero mai stato. Che tempo umido, uggioso! Se fosse stato bel tempo, avrei passeggiato là tutta la notte…Ma a domani, a domani! Domani mi racconterà tutto. Tuttavia oggi non ci sono state lettere. Ma, del resto, non poteva essere diversamente. Sono già insieme…”.

(Fëdor Dostoevskij, “Le notti bianche”)

“Sì, passarono gli anni e si dissolsero gli avvenimenti descritti veridicamente in questo libro e si spensero nella memoria. Ma non in tutti, non in tutti. Ogni anno, non appena incomincia il festoso plenilunio di primavera, verso sera sotto i tigli degli stagni Patriaršie compare un uomo di una trentina d’anni. Rosso di capelli, con gli occhi verdi, modestamente vestito. È il professor Ivan Nikolaevič Ponyrëv, collaboratore dell’Istituto di storia e di filosofia. Arriva sotto i tigli e si siede sempre sulla panchina sulla quale sedeva quella sera in cui l’ormai dimenticato da tutti Berlioz nell’ultima ora della sua vita vide la luna andare in pezzi. Adesso la luna, intatta, bianca sul principiare della sera, e poi dorata come un che di scuro, forse un drago, forse un cavallino alato, scorre sopra l’ex poeta, Ivan Nikolaevič, e al tempo stesso ristà in un sol punto, lassù, in alto”.

(Michail Bulgakov, “Il Maestro e Margherita”)

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