Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Marcel Proust e il bambino che segnò un gol in ‘sforbiciata’

“Il pallone non arriva mai da dove lo aspettiamo” (Albert Camus)

Un sole già abbastanza cocente per essere a inizio aprile, maniche corte e in mano il solito libro che gli teneva compagnia in quelle passeggiate pomeridiane. Non lavorava, come molti, ma non si abbatteva, e quelle camminate lungo le strade quasi deserte del suo paese lo riconciliavano con quei luoghi. Spesso con lui c’erano amici e amiche, che condividevano con lui quella condizione; quel giorno, però, era solo.

Aveva deciso di passeggiare in un’altra zona del paese, invece che affrontare il solito lungo rettilineo. Percorse altre vie, senza una meta precisa. A un certo punto giunse nel posto dove spesso, da bambino, aveva giocato a pallone. Erano all’incirca le 16.00. Quel campetto era ancora delimitato da piccoli muretti di cemento alti nemmeno mezzo metro. L’erbetta era troppo alta per potervi giocare, segno che i ragazzi non sfruttavano più quello spazio come anni prima. Si stupì, infatti, che nessuno fosse lì, a quell’ora del pomeriggio e con quel clima ideale. Un dettaglio lo colpì. Là dove lui e gli altri bambini avevano ricavato una porta da calcio artificiale, con due alberi a fare da pali, ora c’erano quattro secchi per la raccolta differenziata dei rifiuti. Fu proprio guardando quel punto che i ricordi gli esplosero nel cervello.

Erano passati oltre vent’anni. Non poteva ricordarsi il giorno esatto, ma era certo che fosse o il 1989 o il 1990. Frequentava le scuole medie, e di pomeriggio c’erano spesso sfide tra classi. Lui andava alla sezione F. Quelli della B erano ritenuti i più forti, perché molti di loro erano iscritti alle scuole calcio. Quel giorno, che adesso gli ballava in testa come fosse accaduto due minuti prima, lui aveva segnato il suo primo gol in ‘sforbiciata’. Ricordava il portiere, un ragazzo che ora vedeva solo ogni tanto in giro per il paese, ma ricordava soprattutto la dinamica. Lui era a cinque – sei metri dal portiere, di spalle. Qualcuno dalla difesa, forse il ‘suo’ portiere, aveva rinviato la palla, che gli rimbalzò un paio di metri davanti. Fu l’istinto a guidarlo, nessuno gli aveva insegnato come si faceva una sforbiciata. Si lanciò per aria, guardando la palla, mosse prima il piede destro in alto, poi con il sinistro, con gesto repentino, colpì con forza il pallone. Cadde al suolo con il sedere, ma non si fece male. Tutto durò pochi istanti. Quando si voltò in direzione del portiere lo vide a terra, arrabbiato perché la palla era entrata. Aveva segnato un gol in sforbiciata a quelli della sezione B. I compagni di squadra corsero ad abbracciarlo. In quel momento, anche se non ne aveva la percezione, era un bambino felice.

Ora, vent’anni dopo, pensando a quel giorno, gli venne da sorridere, perché a suo modo stava sperimentando ciò che aveva letto in Proust: la memoria involontaria, quella volontaria, le intermittenze del cuore, l’episodio della “madeleine”, il tempo perduto e poi ritrovato. Quel gesto così istintivo era stato accantonato nella sua mente, salvo poi ripresentarsi così, in maniera brusca, un giorno qualunque, alle 16.00 di un pomeriggio primaverile. Capì che non era il caso di mettersi a pensare a quanto contava nella vita l’istinto piuttosto che la ragione, dove fossero e cosa facessero i ragazzi che vent’anni prima giocavano con lui, o perché quel giorno avesse sentito l’esigenza di cambiare strade, e di andare proprio lì, perché lo ‘sentiva’ che non era andato lì “per caso”.

Sorrise. Per placare il turbine di pensieri che si stava innestando riprese a passeggiare. Pensò che forse il segreto sta tutto là, non tanto nel gol, quanto nel momento che lo precede, quando la palla è sospesa in aria e devi decidere se lanciarti o restarla a guardare. Pensò che non bisognava avere letto Proust per fare un gol in rovesciata, che quelli della sezione B erano davvero più forti, ma che lui quel giorno non aveva avuto paura. Ecco, ora doveva ricordarsi di non dimenticare che è la paura a fregarti, e che se è vero che non sempre capita la palla giusta e all’altezza giusta, è pure vero che se capita non bisogna pensarci troppo, bisogna lanciarsi e segnare. Anche se quelli della B sono più forti.

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5 pensieri su “Marcel Proust e il bambino che segnò un gol in ‘sforbiciata’

  1. Diciamoci la verità… c’entra un po’ il fattore c..

    • Ahahah…vabbè, se ti arriva la palla giusta al momento giusto…ma ti assicuro che fino a due anni fa ero “il più grande calciatore nel raggio di 10 metri quadrati da dove abito”.

  2. :O

    Cosa è successo negli ultimi due anni?

  3. Pingback: Alla ricerca dell’odore di metallo perduto. | Tra sottosuolo e sole

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