Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Una solitudine troppo rumorosa (Bohumil Hrabal)

“…sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e con il mondo intorno a me, perché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come l’alcool, si infiltra dentro di me, così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari”

(Bohumil Hrabal, “Una solitudine troppo rumorosa”)

Hanta lavora da trentacinque anni a una pressa meccanica. Il suo compito è macerare i libri, compattare la carta che dovrà poi essere incenerita. Lui, però, non si limita a questo, e trasforma il suo lavoro, distruttivo, in un atto di creazione, d’amore, e lo fa ricavando dal materiale destinato al macero dei parallelepipedi sigillati, all’interno dei quali nasconde frammenti dei libri che ha scovato e che lo hanno reso istruito ‘a sua insaputa’. Hanta capta le frasi dai libri, le annusa come fossero fiori, dopo di che li sigilla apponendo, all’esterno dell’involucro che ha creato, immagini dei dipinti di Van Gogh, Rembrandt, Gauguin.

Non svelerò quanto accade a un certo punto del libro perché sarebbe inopportuno, ma posso dire che ho trovato questo romanzo profondamente poetico, non melenso, un grande atto d’amore nei confronti della letteratura e dell’esistenza nella sua tragicomicità.

La letteratura è onnipresente. L’amore di Hanta per i libri è viscerale, la sua abitazione è diventata angusta e quasi inabitabile per lui, circondato com’è da tutta la schiera di volumi che ha portato a casa, sia pure non più nella “forma – libro”, ma ingabbiati nelle sue creazioni. E’ presente altresì sotto forma di riferimenti a molti autori, per esempio Kant, Nietzsche, Novalis, Schiller, Goethe, Sarte, Camus e tanti altri. La tremenda bellezza dell’atto di scrivere riempie le pagine, e mentre leggiamo, sentiamo che Hrabal sta parlando di sé, del suo rapporto con la lettura e la scrittura. Ho scritto di una ‘tremenda bellezza’ perché Hanta si muove in uno scantinato, lavora in una piccola pressa, e dunque la ‘bellezza’ non è da intendersi come vacuo involucro, bensì come qualcosa di profondamente pieno, di corporeo. I corpi giocano un ruolo importante in questo romanzo che pure ha evidenti inclinazioni di carattere mistico, a dimostrazione che una cosa non esclude l’altra. La carta insanguinata che un macellaio porta ad Hanta, e che lui deve pressare insieme a capolavori della letteratura, lo dimostra, così come le mosche carnaie che svolazzano sulla stessa e i topi che si nascondono negli anfratti e con i loro squittii notturni disturbano il già labile equilibrio mentale di Hanta. Il sottosuolo di stampo dostoevskiano è giunto fino a qui, è sottoterra che si combattono battaglie non meno cruente di quelle tra gli eserciti, e di questo Hanta è consapevole, diviso com’è tra afflati mistici e istinti corporei potenti.

Il romanzo, come detto, è a tratti commovente, per lo meno per chi abbia una certa idea sulla letteratura, ma non per questo è noioso, pedante, tutt’altro. La tragicomicità di cui ho scritto sopra la troviamo, tanto per fare solo un esempio, in una scena amorosa, allorché Hanta s’incontra con Mancinka. Anche qui non svelo oltre, ma si potrà notare come l’elemento poetico e quello triviale convivano. O piuttosto si può pensare alla birra, così presente nelle mani di Hanta.

Non mancano, inoltre, elementi di carattere socio – economico, sui quali tuttavia qui non mi soffermo perché svelerebbero troppo di ciò che accade a un certo punto del libro ad Hanta.

Hrabal l’ho conosciuto relativamente tardi, grazie alla segnalazione di un’amica, e “Una solitudine troppo rumorosa” mi colpì già alla prima lettura. Consiglio anche “Treni strettamente sorvegliati” e “Ho servito il re d’Inghilterra”, ma tutti i suoi racconti e romanzi meritano, a mio modesto avviso. Ho deciso di rileggere oggi “Una solitudine troppo rumorosa” perché nelle ultime settimane ho riletto romanzi (Pavese, Camus) che avevo già letto, e che proprio come per Hanta erano rimasti nella mia mente. Per associazione d’idee, nell’avvicinarmi alla mia libreria, mi è venuto in mente questo romanzo, e devo dire che anche in questo caso la rilettura si è rivelato un’interessante esperienza di ri-comprensione del testo.

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6 pensieri su “Una solitudine troppo rumorosa (Bohumil Hrabal)

  1. Io ignoro. Mon Deu. Domani rimedio.

  2. La tua recensione mi ha fatto tornare alla mente la piacevole lettura di “Ho servito il re d’Inghilterra”, credo proprio che “Una solitudine troppo rumorosa” presto apparirà sul mio kindle.

  3. ci sono capitata oggi per caso e mi sei tornato in mente

  4. Pingback: “… la succhio come una caramella…” | Tra sottosuolo e sole

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