Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Le mie qualifiche

In questo articolo vi spiego perché nella mia esistenza sono stato, senza saperlo, Avvocato, Professore, Ragioniere, Custode di campo da calcio-tennis, Slavo, Poeta, Catto (gatto)-comunista, Cantante, Prete, Carabiniere, Gestore di un harem.

Il sottotitolo del mio blog è “(non) si diventa ciò che (non) si è”, un evidente riferimento a “Ecce homo” di Nietzsche. I “non” tra parentesi li ho aggiunti io, ovviamente senza alcun intento di collegare quanto può essere scritto in queste pagine alle parole di Nietzsche. Fatta questa doverosa premessa, ora passo a elencarvi una serie di “qualifiche” che mi sono state attribuite nel corso della mia esistenza e che rappresentano, per l’appunto, “ciò che non sono diventato”, anche se non è escluso che in ciascuna di esse sia insita una parte di “ciò che sono”. Del resto, non credo sia necessario fare ricorso a “Uno, nessuno, centomila” per comprendere che non siamo blocchi monolitici e che i sei colori del cubo di Rubik non bastano a rappresentarci. Di ciascuna elencherò, più o meno brevemente, il “perché” mi sia stata assegnata. Il “perché” che ho inteso io, ovvio.

Prima, un’ultima doverosa avvertenza: non ce l’ho con nessuna delle categorie sottostanti, soprattutto perché ritengo da stupidi (e questa è un’altra macrocategoria alla quale spesso sento di appartenere) generalizzare.

  • Avvocato: la qualifica che più mi pesa, della quale mi riesce difficile liberarmi. La causa è semplice. Sono laureato in giurisprudenza ma non sono un Avvocato. Sono pentito, ampiamente, di aver scelto quella facoltà, la mia laurea giace nel cassetto, non ho fatto l’esame di Stato e quindi non sono Avvocato. Sarebbe semplice, se non fosse che spesso mi sento chiamare, a voce alta, dall’altro lato del marciapiede: “Avvocato!” anche da persone che conosco a malapena. Taluni hanno compreso che non gradisco questo epiteto, altri, che sono amici e hanno più confidenza, lo fanno per gioco, poi ci sono quelli di cui parlavo prima, i quasi sconosciuti, che magari ti si avvicinano con aria furtiva e dicono “so che sei avvocato”, magari con una pacca sulla spalla. A quel punto non so mai come reagire. Mi limito, di solito, a spiegare per l’ennesima volta che non lo sono. Però questa storia va avanti da troppo e prima o poi passerò a misure più convincenti: un contro-epiteto.
  • Professore: su questa voce non so di preciso che dire. Forse la mia aria da pseudo – intellettuale, il fatto che giro sempre con un libro sotto il braccio (e che io, a mia memoria, non abbia mai visto un professore in giro con un libro sotto il braccio rende questa tesi debole), oppure chissà cosa. Resta un’evidenza: ho fatto le domande per le supplenze nelle scuole (sì, come docente di diritto, lo ammetto, ho rinnegato la laurea ma la sfrutterei per il vile denaro facendo il professore), ma non sono mai, dico mai, stato chiamato. Voglio dire: “Professore” lo preferisco nettamente ad “Avvocato”, ma per cortesia, sarebbe meglio se accompagnato da assegno, anche post – datato.
  • Ragioniere: la qualifica di “Ragioniere” mi fu affibbiata da un cliente dell’avvocato presso il quale ho fatto pochi mesi di tirocinio (ammetto anche questo, ma ero in veste di segretario, non andavo in tribunale, non ero un avvocato!!!). Un giorno questo signore, anzianotto, saluta l’avvocato e poi si rivolge a me: “Saluti anche a lei, ragioniere”. Non chiedetemi il perché, non lo so.
  • Custode di campo di calcio-tennis: legata alla precedente. L’estate scorsa nel mio paese si è svolto un torneo di calcio-tennis. Un mini-campetto di erba sintetica era stato posto dall’organizzazione in una piazza, nelle vicinanze di un edificio scolastico. Le partite si svolgevano la sera. Una mattina mi recai nella scuola per un passaggio burocratico necessario alle domande di supplenza (vedi “Professore”). L’ufficio apriva alle 10:00, quindi mi sedetti in attesa dell’apertura. A un certo punto passa il signore che mi aveva dato del “Ragioniere”, due – tre mesi prima. Mi vede seduto lì e mi fa: “Ah, ragioniere, non l’ho vista più dall’avvocato?”. Gli spiegai che non lavoravo più là,  e lui, di rimando: “Ah, e ora si occupa di questo?”. “Di questo cosa?, chiedo. “E’ il custode di questo campo?”.
  • Slavo: un giorno ero fermo sul ciglio della strada. Si avvicina un tipo e mi fa: “Scusi, lei è slavo?”. “No”, rispondo. “Ah, perché se era slavo le volevo proporre un lavoro in campagna”.
  • Poeta: qui ci vorrebbe un racconto per esplicitare le circostanze che mi valsero quest’immeritato appellativo. Escludo che il soggetto in questione volesse prendermi giro. Non posso escludere, tuttavia, che attualmente o prossimamente possa finire (magari insieme a me, chissà) in un centro d’igiene mentale.
  • Catto (gatto) – comunista: non ricordo la discussione specifica. A un certo punto il mio interlocutore mi diede dal catto – comunista, al che replicai, con una battuta ancora più triste di quanto non avesse detto lui, che semmai ero un gatto – comunista. Altra epoca. Oggi forse resta solo il gatto, ma non è neanche tanto sicuro.
  • Cantante: ero a Terracina con degli amici, per un concerto dei Sakee Sed. In quel periodo avevo la barba incolta e gli occhiali nuovi (li porto tuttora). Prima del concerto vado al bancone a prendere una birra. Una delle due ragazze dietro al banco si rivolge all’altra: “No, lui non paga, lui è l’artista”. Penso che mi stiano prendendo in giro. Dopo qualche secondo d’imbarazzo chiariamo tutto. Mi avevano scambiato per il cantante dei Sakee sed. Ad accomunarci, forse gli occhiali e i capelli in disordine. Per il resto, credo che quel giorno il mio torace fosse a malapena grande come il suo bicipite.
  • Prete: anche qui, i contorni sono offuscati. Ero in un pub, e il più sobrio aveva bevuto un ettolitro di birra. Un mio amabile amico, un po’ infervorato, a un certo punto, cominciò, come un disco interrotto, a dirmi: “Sei peggio di un prete! Un prete! Un prete!”. Sono agnostico e non ho un bel rapporto con le gerarchie ecclesiastiche, infatti me la presi un po’, ma se devo essere sincero non ricordo bene di che stavamo parlando. So che dopo cinque minuti stavamo di nuovo scherzando e so che non sono mai diventato prete. Non ancora, poi chissà.
  • Carabiniere: pub di un paese limitrofo al mio. Io e un amico ci mettiamo in fila per chiedere da bere. C’è una certa ressa, noi siamo appena arrivati e quindi lucidi (per quanto possiamo esserlo “di base”). Un tipo abbastanza agitato, vedendoci composti, educati, rispettosi della fila, s’insospettisce e ci fa: “Siete due carabinieri?”. Dal che se ne deduce che nella sua ottica non si possa essere rispettosi della fila e silenti se non in divisa. Se ne deduce anche che non doveva essere molto arguto, se aveva intenzione di accertarsi di eventuali agenti infiltrati.
  • Gestore di un harem: questo capitolo richiederebbe una biografia dettagliata, ma vi (e mi) risparmio. Bisognerebbe anche conoscermi per capire a ‘cosa’ mi riferisco. A farla breve, un paio di anni fa mi capitava di sedermi ai tavoli dei pub attorniato da donne, molte delle quali amiche (il che non significa che per loro nutrissi solo puri ed angelicati sentimenti, ma significa che tra me e loro non ci fui mai nulla, insomma, siete adulti e capite). Un mio conoscente, una sera, mi vide seduto con cinque ragazze. Ero l’unico uomo, capitato lì quasi per caso. “Ah, eccoti nel tuo harem!”. Per un po’ di tempo, a partire da quella sera, si creò questo alone da “gestore di harem”. Sul rapporto tra me e le donne (e dire “le donne” mi risulta quanto mai odioso, ritenendo che ciascuno di noi faccia caso a sé, ma devo pure esemplificare) avrei tanto da (non) dire. Ma mi appello alla privacy e alla pigrizia. Non ho voglia, e il post finisce così, improvvisamente.
  • Notaio: qualifica intervenuta a un anno di distanza dalla stesura di questo delirante articolo. Nel marzo 2013, partecipando a un indovinello organizzato dalla casa editrice “L’Orma Editore”, mi sono meritato questa qualifica. Il motivo? Nulla di losco. I ragazzi dell’Orma hanno “sfidato” i lettori a indovinare quali sarebbero stati i prossimi scrittori oggetto della loro iniziativa “I pacchetti”. Stavano assegnando il premio (un taccuino su cui appuntare i propri pensieri) a una ragazza, quand’ecco che mi sono accorto che un altro ragazzo aveva indovinato prima della presunta vincitrice. Scandalo? Ma no! Tutto si è risolto alla grande. Il premio è stato assegnato alla ragazza, al ragazzo e anche a me, in quanto “notaio della situazione”. Sulla busta contenente il regalo stesso, quelli dell’Orma mi hanno appellato come “notaio”, e quindi sono entrati anche loro, di diritto (è il caso di dirlo) in quest’articolo.

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4 pensieri su “Le mie qualifiche

  1. Fantastico!
    Qualche mese fa, ero nel bagno del Mc Donald’s e una signora ha cominciato a parlarmi in rumeno, dopo aver visto la mia faccia che le diceva senza ombra di dubbio “signora, non sto capendo un cazzo”, lei mi fa “ma non sei rumena?”.
    Ecco, io sono bassina e bruna, non so cosa gliel’abbia fatto pensare 😉

  2. Pingback: “Maschere” (l’ennesimo articolo sconclusionato e mascherato) | Tra sottosuolo e sole

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