Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il paradosso sull’attore (Denis Diderot)

 

Quando ero piccolo e ingenuo, ma non abbastanza da non sapere di trovarmi di fronte a un film, mi capitava di chiedermi, osservando una scena romantica, se quei due attori che si baciavano sullo schermo avessero una relazione anche al di fuori della finzione cinematografica. Se non era così, mi domandavo, come facevano a baciarsi appassionatamente? E se avevano un fidanzato o una fidanzata che li osservava, questi non potevano aversene a male? Crescendo ho capito che sarebbe il caso, talvolta, di chiedersi anche quanti baci siano frutto di finzione, ma questo è un altro discorso.

“Il paradosso sull’attore” è un’opera con la quale Diderot si domandò quali fossero le caratteristiche più adeguate per poter essere un grande attore. Il paradosso, come da dizionario, è “un’affermazione, proposizione, tesi, opinione che, per il suo contenuto o per la forma in cui è espressa, appare contraria all’opinione comune o alla verosimiglianza e riesce perciò sorprendente o incredibile”, e questo ci aiuta nel tentativo di comprendere questo testo controverso, oggetto di tante confutazioni e dibattiti negli anni successivi alla sua pubblicazione. Nell’’introduzione all’edizione che ho tra le mani, c’è una lunga e articolata disamina a riguardo, con aneddoti, spiegazioni della genesi e riferimenti biografici all’autore.

Diderot, avvalendosi della forma dialogica a lui cara, espone la sua tesi, con particolare riguardo al tema della ‘sensibilità’. Su questo punto e sull’interpretazione della parola ‘sensibilità’ (e qui non apriamo parentesi di sorta, per carità) si scatenerà tutto il dibattuto successivo. L’autore sostiene, infatti, che non è la grande sensibilità di un attore a facilitare il nostro processo di compenetrazione con quanto è rappresentato, come saremmo portati a credere osservando, ad esempio, una magistrale scena di pianto, bensì, al contrario, la mancanza di sensibilità dell’attore, il quale, proprio per essere riuscito, attraverso la razionalità, la lucidità e l’allenamento costante delle emozioni, a possedersi e dominarsi nelle diverse situazioni rappresentate, è capace di trasmetterci quanto il poeta o l’autore del testo aveva in mente. Diderot non nega il ruolo della sensibilità dell’attore, ma ritiene che essa debba essere padroneggiata dal mestiere, e di conseguenza, estremizzando, il parere dell’uomo del paraosso, è che “l’estrema sensibilità che fa gli attori mediocri, è la sensibilità mediocre che fa l’infinita schiera dei cattivi attori, ed è l’assoluta mancanza di sensibilità che prepara gli attori sublimi”.

È evidente che qui si tratta, appunto, di un paradosso, una forzatura che non poteva piacere, e non piace, a chi faceva o fa l’attore. Diderot argomenta questa frase lapidaria con esempio, talvolta forzati ma spesso divertenti, volti a dimostrare come sarebbe impossibile per ciascuno di noi spettatori, salire su un palco e dimenticare ciò che fino a un secondo prima ha squassato il nostro cuore o il nostro cervello. Solo la perfetta padronanza di sé, il dominio delle emozioni, l’esperienza del grande attore gli rende possibile indossare le vesti di Amleto e renderci così partecipi di un’emozione che altrimenti si rivelerebbe un fallimento artistico.

Diderot non dà un’accezione negativa alla figura dell’attore, tutt’altro. Lo ritiene superiore persino al poeta che ha scritto l’opera, proprio per la capacità di andare oltre se stesso, di imitare la natura e le emozioni altrui senza lasciarsi dominare dalle proprie. Per spiegare la sua tesi, peraltro mai presentata come assoluta, sempre contrastata dall’altro protagonista del dialogo, non esista a ricorrere anche ad esempio della vita quotidiana, quale può essere il caso di chi, troppo innamorato, dunque troppo ‘sensibile’ a ciò che deve dire, è impossibilitato a estrinsecare alla persona amata le sue sensazioni, a differenza del disinteressato che può fingere senza rimorso alcuno.

Il discorso è talmente ampio che non credo abbia soluzioni definitive. Va detto, ovviamente, che Diderot scriveva dell’attore di teatro, alla sua epoca il cinema non esisteva. Sulla materia si potrebbe allargare il discorso senza cavarne granché (“e poi eccoli impegnati in una discussione che finisce allo stesso modo in cui finirà la nostra; io resterò della mia opinione e voi della vostra”), magari tirando in ballo il concetto di maschera “nietzschiano”, Pirandello, “Eyes wide shut” di Kubrick e le sue conseguenze nefaste sulla coppia Cruise – Kidman, o un film come “Vogliamo vivere” di Ernst Lubitsch, capolavoro che vi consiglio, incentrato anche sul tema “realtà e palcoscenico”.

Mi fermo qui, ribadendo l’attualità di un testo come “Paradosso sull’attore” e anche il fatto che si tratta di una lettura divertente, il che non guasta mai.

Al bambino, ormai cresciuto, resta ancora il dubbio su quei baci tra gli attori e su quelli dei “presunti non attori che tutti siamo”, ma su questo è bene calare il sipario, lasciando la parola al filosofo francese.

“Il fatto è che essere sensibili è una cosa, e sentire è un’altra. L’una è questione di anima, l’altra di intelligenza. Possiamo sentire con forza, e non riuscire a esprimerlo; possiamo esprimerci bene quando siamo soli o in società, davanti al caminetto, quando leggiamo o recitiamo per pochi ascoltatori, senza con questo far nulla che vada bene a teatro; perché a teatro, con ciò che chiamiamo sensibilità, anima, passione, si potranno far bene una o due tirate, ma si mancherà tutto il resto; abbracciate tutta la complessità di un grande personaggio, dosarvi le luci e le ombre, la dolcezza e la debolezza, riuscire altrettanto bene nei punti pacati e in quelli agitati, essere variati nei dettagli, armoniosi e coerenti nell’insieme, e crearsi un sistema sostenuto di declamazione che arrivi fino al punto di salvare le stramberie del poeta: tutto questo richiede una mente lucida, una profondità critica, un gusto squisito, uno studio faticoso, una lunga esperienza…”

(Denis Diderot, “Il paradosso sull’attore”, Editori Riuniti)

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