Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La signora Dalloway (Virginia Woolf)

Dopo aver letto “Una donna spezzata” di Simone de Beauvoir, ho proseguito nella (ri)scoperta delle scrittrici, a seguito del precedente articolo, la mini-discussione e i preziosi suggerimenti che alcuni di voi mi hanno dato. Stavolta mi sono addentrato in “La signora Dalloway” di Virginia Woolf, e devo dire subito che sono rimasto molto soddisfatto dalla lettura.

La signora Dalloway di Virginia Woolf non resta in superficie, ma apre delle finestre al nostro interno. Non ho usato questa immagine per puro vezzo, ma perché la storia inizia e finisce proprio nei pressi di due finestre, quella dalla quale la signora Dalloway si affaccia su Londra e quella dalla quale l’altro protagonista, il trentenne Septimus, si getta per porre fine alla propria esistenza. La finestra, dunque, come simbolo di apertura e di chiusura, del diverso atteggiamento che i due protagonisti principali hanno nei confronti dell’esistenza. La signora Dalloway è la vita, il dono, la luce, il sole; Septimus è la morte, l’abisso, il sottosuolo, la paranoia. Naturalmente l’autrice non tratteggia profili così banali e categorizzanti, i suoi personaggi sono complessi, e oscillano tra i poli che ho riportato.

La signora Dalloway è sposata con un membro del Parlamento inglese, la sua vita è caratterizzata da continui ricevimenti, cene mondane, incontri con eminenti personalità, eppure non è stata risucchiata totalmente da quel vortice, in lei restano, ben desti, i ricordi di ciò che la sua esistenza è stata anni addietro, e di ciò che avrebbe potuto essere se avesse compiuto scelte diverse. Il romanzo si svolge in un solo giorno, nel corso del quale possiamo scorgere la signora alle prese con i preparativi dell’ennesimo ricevimento che si terrà a casa sua. Il ritorno dall’India di un suo ex-spasimante respinto risveglia in lei, però, ricordi che la portano continuamente altrove rispetto al presente, in un continuo lavoro sulla memoria.

Come detto, l’altro protagonista della storia è Septimus, trentenne reduce dalla prima guerra mondiale, aspirante suicida e preda di deliri allucinati, dovuti al tragico ricordo di un amico commilitone tragicamente scomparso nel conflitto bellico. Septimus e la signora Dalloway non si conoscono, semplicemente percorrono le stesse strade di Westminster, e la Woolf riesce, con innegabile maestria, a costruire un intreccio narrativo che ci tiene avvinti alle due storie parallele, che solo alla fine s’intersecheranno sia pure in maniera indiretta.

A parte i due protagonisti e le singole storie, che ciascuno avrà modo di scoprire da sé (e se mi state mandando maledizioni perché vi ho svelato il tragico epilogo, sappiate che non è “così” importante che l’abbia fatto), il romanzo mi è piaciuto molto perché la Woolf riesce a farci penetrare nella psiche dei singoli personaggi, anche di quelli “minori”, con arguzia, ironia e profondità. La sua scrittura (nella traduzione di Nadia Fusini) non è “semplice”, il lettore deve stare attento a non “perdersi” tra i vari personaggi, proprio perché l’autrice scava dentro ciascuno di essi, non si limita a mettere in scena dialoghi, ma “interviene” continuamente ad esplicitare quali sono i pensieri nascosti dei personaggi.

Ho scritto prima che il romanzo si svolge in una sola giornata. Devo precisare, però, che questo va inteso solo nel senso che le vicende dei protagonisti sono distribuite, appunto, lungo una giornata. In verità, però, il continuo ‘gioco’ di ricordi ci porta nel passato delle esistenze della signora Dalloway, di Septimus, di Peter Walsh, l’amante respinto, di Sally Saton, la donna amata in gioventù dalla Dalloway. Il Big Ben scandisce le ore della giornata e al tempo stesso è il simbolo perfetto di un presente che non è mai fatto “solo” dell’oggi, ma è inevitabilmente intriso di avvenimenti passati che sono ridestati nelle memorie dei protagonisti da un odore, da un gesto, da una parola. La memoria, i lampi emotivi, le digressioni e il tempo sono ingredienti che rimandano, ovviamente, a Proust. Il flusso di coscienza dei personaggi evoca invece l’Ulisse di Joyce.

A parte questi inevitabili richiami, ribadisco che a mio avviso “La signora Dalloway” costituisce di per sé un grande romanzo, che affronta anche temi quali l’omosessualità e il bigottismo religioso. Un libro che vi consiglio e che mi ha fatto riscoprire quest’autrice a distanza di qualche anno dalla lettura di “Gita al faro”.

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9 thoughts on “La signora Dalloway (Virginia Woolf)

  1. La Signora Dalloway è fondamentale per capire la Woolf! ^_^ Non per niente appare anche in 5 altri suoi racconti e nel suo romanzo di esordi. Diciamo che il libro concentrandosi su una sola giornata è un anticipo di quello che i telefilm americani oggi chiamano spin-off!

    • Ah, non sapevo che apparisse anche in altri racconti e nel romanzo di esordio. Finora avevo letto solo “Gita al faro” e mi era piaciuto. Metterò nella lista dei libri da leggere anche gli altri.

      • Antonio la puoi trovare in 5 racconti presenti nella raccolta “la casa infestata” (so che sono anche in altre raccolte, ma io ho quella quindi ne sono sicura) e in “La crociera”

      • Grazie, aggiungo alla libreria virtuale e a quella mentale. :)

  2. Ti consiglio un bellissimo film, collegato al romanzo ma non esattamente la sua trasposizione cinematografica: The hours, l’hai mai visto?

  3. inseguendofolliossimori on said:

    Sublime il film “The Hours”. Ne ho ricavato uno spettacolo che sto per mettere in scena.

  4. Pingback: “Gita al faro” (Virginia Woolf) | Tra sottosuolo e sole

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